a cura di Matteo Pacini
In mostra opere di:
WOLFGANG ALEXANDER KOSSUTH
OTTAVIO MAZZONIS
ALESSANDRO PAPETTI
FRANCESCO CAMPESE
FRANCESCA DE MAI
EDOARDO CIALFI
MASSIMILIANO POGGIONI
PIER PAOLO METELLI
SPAZIO KOSSUTH
Le Rimesse di Palazzo Vescovile • Città della Pieve • PG
aprile 2023 – marzo 2024
VERNISSAGE
6 aprile – ore 17.30
Il paesaggio è la nostra casa, tutti noi viviamo immersi in un paesaggio. È malinconia e speranza, illusione e spavento, inquietudine e pace. “E’ l’insieme di un infinto susseguirsi di eventi, alcuni lenti al punto da sfuggire alla nostra percezione, altri così repentini da essere anch’essi difficilmente distinguibili” (Romani, 2008). Il paesaggio è un’avventura; è fragilità e violenza in scala crescente; basta una scintilla per distruggere ettari di boschi secolari, basta l’eruzione di un vulcano per annientare un’intera civiltà. È l’insieme del mastodontico e del microscopico che si regge sul filo di un equilibrio precario, incutendo da sempre negli occhi di chi lo contempla un insieme di sensazioni contrastanti.
Da Oriente a Occidente, sin dai tempi delle antiche civiltà della Mesopotamia e d’Egitto, gli artisti utilizzano il paesaggio come sfondo per scene religiose o a scopi politici, avvalendosi di una stilizzazione e una simbologia caratterizzata da contorni netti e colori vivaci. Con i Greci e i Romani il paesaggio assume una maggiore importanza come soggetto artistico: fa da sfondo a scene mitologiche o storiche nell’arte greca, comincia a essere utilizzato come soggetto a sé stante nella decorazione di case e ville in epoca romana, con una resa sempre più realistica e dettagliata. Nel periodo bizantino, dominato dal simbolismo e dall’anti-naturalismo, si assiste alla sua graduale sparizione dalle opere sacre, sostituito per tutto il medioevo da quei fondi oro che meglio simboleggiavano la luce divina e la sacralità. Fu con Pietro Vannucci, detto “il Perugino”, che il paesaggio riacquista la dignità di sfondo autonomo nelle opere di arte sacra, dando così risalto ai temi principali delle sue scene religiose con scenari naturali in cui le figure umane sono inserite in modo armonioso e coerente con l’ambiente circostante, enfatizzando la sacralità dei temi sacri con un’atmosfera di pace, equilibrio, spiritualità.
Con dolci declivi interrotti da improvvise e incombenti pareti rocciose, foreste di faggeti e chiome isolate sullo sfondo di quello specchio d’acqua vastissimo in cui si riconosce il lago Trasimeno, il Perugino riscopre l’importanza del paesaggio realistico come stato d’animo, attivando quell’attenzione al dettaglio che rappresenta una delle innovazioni artistiche che dal Rinascimento influenzeranno tutta l’arte successiva fino al Barocco al Rococò, portando all’evoluzione di nuovi generi artistici come il paesaggio vedutista e quello ideale, arrivando fino alla concezione di “un’anima universale” comprendente l’uomo e la natura tipica del Romanticismo, in cui la contemplazione della bellezza del paesaggio assumeva un carattere morale.
Nel dare ognuno la propria visione di paesaggio, sette artisti contemporanei appartenenti a generazioni diverse si ritrovano nei luoghi del Perugino, riuniti nel tempio dell’arte figurativa che Città della Pieve ha voluto dedicare al ricordo del Maestro Wolfgang Alexander Kossuth. Grande musicista, raffinato scultore e profondo conoscitore del corpo umano, Kossuth ci ha lasciato una numerosa serie di piccole vedute a olio che ripropongono le stesse atmosfere degli affreschi del “Divin pittore” presenti nella sua città natale. I Maestri Ottavio Mazzonis e Alessandro Papetti, gli artisti contemporanei Francesco Campese, Francesca De Mai, Massimiliano Poggioni e Edoardo Cialfi, con l’occhio fotografico di Pier Paolo Metelli, nella loro totale diversità, esporranno diversi tipi di vedute di “terre e di acque”, paesaggi urbani, introspettivi e immaginari, attuando quello che Marcel Proust indicava come “l’unico vero viaggio verso la scoperta”, che non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.