a cura di Matteo Pacini
Museo di San Francesco – MONTEFALCO
21 luglio – 6 settembre 2023
Isola Prossima è un luogo vicino con uno sguardo rivolto al futuro. Dal 2020 questo progetto artistico e culturale offre riflessioni su tematiche ambientali e sul complesso rapporto tra uomo e ambiente naturale; una concreta esperienza artistica di prossimità ambientata nell’integro, incontaminato e delicatissimo ecosistema dell’Isola Polvese sul Lago Trasimeno. Fonte di ispirazione per una narrazione collettiva di artisti contemporanei di diversa generazione e approccio, l’Isola Polvese si è trasformata nel tempo in laboratorio site specific per la realizzazione e l’ambientazione di opere d’arte in continuitàcon la natura con uno sguardo al mondo che sarà, per reagire al degrado generato da epoche di sconsiderato sfruttamento e dominio su di essa.
Proseguendo la linea di cambiamento che caratterizza il progetto, questa terza edizione esce dall’esperienza diretta e circoscritta dell’isola Polvese e allarga lo sguardo a tutto l’ambiente naturale umbro e oltre, raccogliendone gli infiniti stimoli e favorendo considerazioni sulla dimensione di un paesaggio che si amplia, si estende e si fa viaggio, durata. Nove artisti contemporanei ragioneranno sul concetto di suolo, inteso non solo come terreno fisico e materiale, ma come possibilità̀ di percorrenza, luogo nel quale accade l’attraversamento dell’esistenza umana, perché “dalla terra vengon tutte le cose e tutte in terra vanno a finire” (Senofane, V sec. a.C.). Corpo naturale che tutto genera e al quale tutto torna, la terra aveva un ruolo di mediazione tra umano e divino già nelle civiltà primordiali; fonte di vita verso la quale l’uomo nutre da sempre un profondo senso di appartenenza che lo spinge, nella maggioranza delle culture, a chiamarla Madre.
Ma essa “ha una pelle, e questa pelle ha delle malattie. Una di queste malattie si chiama, per esempio, ‘uomo’ ”, sosteneva Friedrich Nietzsche per bocca di Zarathustra lungo la discesa dalla montagna. L’uomo è infatti parte della terra stessa come il tessuto di un organo, di cui rischia di diventare il male mortale a causa del suo miope e scriteriato sfruttamento delle risorse a sua disposizione. Espansione urbana, popolazione mondiale in aumento, prosciugamento delle risorse naturali, eccessivo sfruttamento dei terreni mettono costantemente a rischio salute e mezzi di sussistenza; un processo di cui siamo da tempo consapevoli ma del quale sembra ci sia sfuggito il controllo in una condizione di totale inettitudine.
In quest’ottica, il suolo si pone come chiave di ogni riflessione sul futuro, imprescindibile punto di partenza fisico e filosofico, scientifico e spirituale sulla concezione della vita, del mondo, e della posizione occupata dall’essere umano rispetto ad esso. Traghettare la mostra dall’isola Polvese all’altura di Montefalco è un passaggio di terra in terra attraverso la vastità di paesaggi che l’Umbria racchiude in sé. Montefalco diviene così la prossima isola, una nuova tappa del viaggio in un arcipelago ideale in cui ipotizzare e prospettare nuove vie e nuove visioni del mondo. In un percorso fra scultura, installazioni, pittura, fotografia e contemporanee ibridazioni fra queste, gli artisti offriranno lo scorcio di una realtà composita, un insieme eterogeneo di mondi, indagini e visioni, che in alcuni casi abbandonano i mezzi artistici tradizionali per lasciare spazio a un intervento diretto sul paesaggio naturale che diviene così strumento, spazio espositivo e oggetto stesso dell’opera.
Lui è un artista che ama la materia, sperimenta i più diversi materiali per dare forma a opere che riguardano l’uomo e il suo rapporto con l’ambiente naturale. Lei si forma in teatro, è attrice e autrice, da sempre focalizzata sulla scrittura e le interazioni possibili con lo spettatore attraverso il linguaggio e la poesia. Lui utilizza da tempo l’immagine di sé per le sue indagini sul tema del corpo umano, tema predominante della sua ricerca artistica. Lei si serve della parola per interagire con l’ambiente circostante e creare nuovi canali di comunicazione fra individui, in diverse lingue e con riferimenti a diverse culture. Uniti da un percorso di vita comune, Matteo Lucca ed Eleonora Rossi trovano in questa installazione un’unione artistica di intenti per analizzare, attraverso le rispettive espressioni artistiche un evento tragico di cronaca recente: l’alluvione che nel maggio 2023 ha devastato un ampio territorio dalla Toscana alle Marche, con un particolare accanimento sull’Emilia Romagna, causando vittime e danni incalcolabili. Considerato straordinario e inaspettato dai meteorologi, l’evento geologico è invece il prevedibile risultato di una crisi climatica di cui siamo tutti al corrente da tempo. Lo studio dell’artista si trova nelle campagne a ridosso del centro cittadino di Forlì, zona brutalmente investita dall’alluvione che ha lasciato dietro di sé una distesa di limo presto trasformatosi in solido cretto a ricoprire ogni cosa. Senza troppo calcare la mano sulla cronaca, bensì mettendosi in ascolto del quotidiano mutato, i due artisti hanno raccolto idee comuni per utilizzare e interpretare la nuova materia arrivata così dirompente e copiosa. Abile con la terra lui, altrettanto capace con la parola lei, danno vita a un poetico dialogo con la natura che rimane impresso sulla materia nuova come l’impronta di un cammino verso la comprensione delle cose. Come decidi di camminare sul mio corpo? è una porzione di tre metri quadri di suolo presi in prestito dal territorio romagnolo, direttamente prelevato dal cortile dello studio forlivese di Matteo Lucca, in cui il limo, secco e indurito, ha sviluppato crepature dando vita ad un cretto sul quale gli artisti hanno inciso pensieri, sensazioni, parole di speranza e di dedica.
Matteo Lucca, forlivese, nato nel 1980, consegue la laurea in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Il suo percorso artistico è incentrato sul tema del corpo attraverso la sperimentazione di diversi linguaggi e materiali come piombo, rame e tessuti, che hanno per lui connotazioni simboliche, di vissuto personale o di approccio alla tecnica. Già durante gli anni di formazione realizza le prime opere pubbliche, inizia a collaborare con le prime gallerie e dedicarsi a progetti e mostre. Negli anni successivi all’accademia, pur senza interrompere la sua ricerca artistica, esplora altri linguaggi: danza contemporanea, discipline orientali e studi sulle medicine alternative che lo portano ad arricchire il suo percorso artistico futuro. Dal 2014 torna a concentrarsi sul lavoro artistico che lo vede caratterizzato dall’utilizzo del pane come materiale scultoreo che diventerà il suo segno distintivo con il quale esplorare aspetti spirituali e popolari. Insieme al pane la ceramica occupa un ruolo importante della sua ricerca che in questo caso ruota intorno al tema dell’impronta, sia come stampo dentro il quale cuocere il pane, sia nell’azione diretta. Nel 2022, dà vita al progetto Migra Land Art in collaborazione con Oscar Dominguez. Attualmente vive e lavora in Italia, a Forlì, come artista e docente dell’ABA di Ravenna.
Eleonora Rossi nasce a Forlì nel 1983. A partire dagli anni 2000 si forma in teatro tra Italia, Spagna e Francia. A Parigi entra di ruolo nella Compagnie Aigle de Sable presso cui lavora come attrice, adattatrice e aiuto alla messa in scena per un decennio, interpretando repertorio classico (Molière, Shakespeare, Goldoni, Lorca), contemporaneo, barocco e teatro per bambini (sia classico che inedito). Rientrata in Italia, realizza il suo primo progetto da autrice in lingua madre intitolato “Dire d’amor profuma” sotto forma di conversazione poetica per un pubblico di partecipanti chiamati a interagire con i versi di autori conosciuti e non. La scrittura è da sempre il mezzo che predilige per interagire con l’ambiente che la circonda. Vive e lavora a Forlì.
Definire l’indefinito e, viceversa, trasformare l’ovvio in qualcosa di incerto e impenetrabile. Attraverso le sue fotografie, Frank Dituri trasporta lo spettatore in un altrove che spesso è una condizione interiore di introspettività e riflessione. Le sue sono immagini che “parlanodegli intervalli del tempo come antidoto contro la civiltà contemporanea” (Gianluigi Colin, Art Director, Corriere Della Sera). Nato in America da una famiglia di migranti italiani, Frank Dituri ha sempre vissuto a cavallo fra due culture e nella la sua pluriennaleesperienza di fotografo internazionale, ha sempre mirato a svelare il latente surrelismoinsito nella realtà quotidiana. Rimane saldamente legato al medium fotografico come suo unico mezzo espressivo e questo fa di lui un artista dall’assoluta coerenza pur nel variare le tematiche affrontate. Nel tempo si avvicina gradualmente alla spiritualità dedicandosi al paesaggio attraverso la ricerca di una connessione emotiva con la natura, un legameprofondamente intimo, primitivo e ancestrale, con un afflato che ha del mistico. Evocativoe rivelatore, il lavoro di Dituri si distingue per la mancanza di staticità, con una messa a fuoco morbida e suggestivamente offuscata. Fortemente condizionato dai lavori di pittori come Giorgio de Chirico, Piero della Francesca e Edward Hopper, ha recentemente accolto nuovi influssi dal poeta nippo-americano Soichi Furuta, grazie al quale ha sperimentato l’uso della parola come punto di partenza per lo sviluppo dei suoi lavori.
Frank Dituri, fotografo americano, figlio di migranti italiani, nasce a New York City e vive tra l’Italia e New York. Ama trasformare il quotidiano, il riconoscibile e l’ovvio in immaginial confine col surreale. Dopo gli studi presso la City University of New York è stato membro dell’università C. W. Post di Long Island di New York e lavora attualmente al dipartimento d’arte della Libera Accademia di Belle Arti di Firenze. Ha partecipato come docente al programma LTA del Guggenheim Museum di New York nel 1998. Le sue opere d’arte sono rappresentate dall’agenzia Fran Kaufman Art Advisory di New York e il suo lavoro è esposto a livello internazionale in prestigiose sedi espositive pubbliche e private quali: la Biennale di Venezia; il Palazzo delle Esposizioni di Roma; Palazzo Ducale di Gubbio (PG); l’Hudson River Museum di New York; Art Miami / CONTEXT di Miami; la Galerie Seine 51 di Parigi; la Sirius Aidem Photo Gallery di Tokyo; il Centre of Contemporary Art della Nuova Zelanda; il MOMA di Mosca, Galerie Vivant di Tokyo. Le sue opere sono inoltre presenti in musei e importanti collezione come: il Pushkin Museum of Fine Art di Mosca; la Bibliothèque National de France di Parigi; l’Alternative Museum di New York; il Das Städtische Kramer-Museum di Kempen in Germania. Numerose le pubblicazioni internazionali tra cui il New York Times, l’Harpers Magazine, il Zoom Magazine, la Repubblica e il Corriere della Sera.
Pittore e scultore che ha saputo liberarsi nel tempo di ogni inutile formalismo estetico, Mauro Manetti affonda la sua ricerca artistica nella genesi delle sacre scritture. Affrontando l’arte a tema sacro con accorta raffinatezza di esecuzione e particolare attenzione alla poetica contemporanea del frammento, intesa come mosaico di immagini e parti apparentemente slegate fra loro, volte alla creazione di un “tutto”. Dopo una prima fase concettuale, la sua ricerca si è maggiormente definita indagando il rapporto tra uomo e ambiente naturale e, attraverso il recupero di iconografie classiche e rimandi all’arte medievale dei grandi primitivi toscani, guarda al tema della sacralità con espliciti richiami alla tradizione dell’icona, grazie al rispettoso e sapiente uso della foglia d’oro come cifra distintiva. La sua poetica risulta quindi “costantemente protesa alla realizzazione di immagini che, pur collocandosi nell’oggi, riflettano le matrici di un passato ancora diffusamente presente”, come egli stesso sostiene. Un sentire arcaico e metafisico il suo, che trova massima espressione in Elevatio Animae, opera il cui riferimento va ai frammenti del monumento funebre dedicato a Margherita di Brabante – consorte di Enrico VII di Lussemburgo –, intenso e modernissimo capolavoro di Giovanni Pisano, tra i più liberi e originali scultori del Trecento europeo. Nei frammenti che rimangono di quell’opera, la regina defunta è rappresentata mentre viene sorretta da due angeli nel momento dell’ascensione, volgendo al cielo un inconsueto sguardo di speranza. Questa condizione di affidamento e liberazione, inedita per l’arte di allora, è rievocata da Manetti con l’assenza di un corpo unico e attraverso un insieme di arti che, protesi verso l’alto, simboleggiano il desiderio dell’anima di elevarsi e abbandonare la condizione terrena. Il materiale utilizzato per la realizzazione dell’opera rivela tutta la disinvoltura di Manetti nel maneggiare i materiali più diversi, passando dalla nobiltà della sottile foglia d’oro al senso di “rovina romantica” dato dal cemento deteriorato e invecchiato. Questo caratterizza la quasi totalità della sua produzione scultorea, facendosi emblema di un’elegante poetica di contrasti tra arcaico e moderno.
Mauro Manetti nasce a San Miniato (PI) e si diploma all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2000 ha fondato la LABA (Libera Accademia di Belle Arti di Firenze) che ha diretto fino al 2020. Nello stesso Istituto è attualmente Responsabile degli eventi culturali. Vive e lavora tra Empoli e Montespertoli. Ha esordito in ambito artistico nel 1992 con una mostra personale alla Galleria Continua di San Gimignano (SI) curata da Rita Selvaggio, con la stessa galleria negli anni successivi ha partecipato a mostre e Fiere d’Arte internazionali. Negli ultimi anni ha tenuto mostre in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero, tra queste vanno ricordate: Galleria Continua (SI), NCTU Gallery (Taiwan), Unimediamodern (Genova), Campoblu (MI), Margaret Harvey Gallery (Inghilterra), Galleria Primopiano (Brescia), Galeria Plastik (Rep. Ceca), Smolny Cathedral Gallery (Russia), Griffith Gallery (Texas), U Chiba Gallery (Japan), Culturel Centrum Het Spoor (Olanda), Centre d’Esposition de la Gare (Canada), Leonardi V Idea (Genova), Palazzo Cuttica (Alessandria), Eumeria B (Tokio), Hanzou Gallery (Cina), Museo della Ceramica (Montelupo Fiorentino), M.E. Proget Room Milano, Votre Spazi (Carrara), Centro Arte Contemporanea Umbertide (Pg), Musei dell’informazione (Senigallia), Angelina College (Texas), Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia), Villa di Poggio Reale Rufina (FI), Casa degli Artisti (Milano), Palazzo Pretorio Gubbio, Palazzo Donà delle Rose (Venezia). Sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private e molti sono i testi critici apparsi su riviste e cataloghi dedicati al suo lavoro. Nel 2015 ha aperto ad Empoli (FI) lo spazio espositivo Filarete Art Studio realizzando, ad oggi, circa trenta mostre e molti eventi dedicati alla letteratura e alla musica,
Elia Alunni Tullini è alla costante ricerca di una definizione per l’artista contemporaneo all’interno di quella che definisce una società profondamente nichilista, il cui tessuto culturale è oggetto di un sostanziale impoverimento. Nel suo studio folignate, Tullinigenera una moltitudine di figure statiche su diverse scale, dall’atteggiamento dimesso e rassegnato. Una ripetizione sistematica, una foresta di quelli che chiama simbolicamente “prodotti”, involucri vuoti di forma umana, figli di una società omologante ed estetizzata, che tendono a un evidente e inesorabile sgretolamento. Pieno e vuoto, forma e contenuto; attraverso la simbolica disgregazione della materia, le figure modulari di Elia Alunni Tullinifanno costantemente riferimento alla natura umana, la cui anima è imprigionata da un involucro organico destinato al deperimento. L’atteggiamento sottomesso, schiacciato dal peso dell’appiattimento che dilaga in tutti gli ambiti della nostra società, non manca di riferimenti diretti a quel mondo dell’arte contemporanea sempre più attento alle dinamiche di mercato che al valore dei contenuti. L’artista guida l’interlocutore in un viaggio introspettivo che, tra materia e poetica, spinge alla sensibilizzazione su tematiche sociali, etiche e ambientali: “(…) La materia derivante dalla madre terra mi trasmette una vibrazione e una poesia maggiore rispetto ai miscelati chimici prodotti dalle industrie del petrolio” sostiene, prediligendo l’uso di materiali come ceramica e cemento. La prima ricalca la memoria storica ed archeologica, il secondo richiama la contemporaneità grazie al largo impiego in edilizia che ce lo rende estremamente familiare, ma anche il suo veloce deperimento, calzante metafora della decadenza dell’epoca moderna. In un connubio fra tradizione e modernità̀, contro le continue ed efferate azioni e distruzioni ambientali provocate dall’industria, con le sue opere Tullini induce alla riflessione attraverso la manipolazione e la creazione plastica, per restituire alla materia violata quella dignità ormai da tempo perduta.
Elia Alunni Tullini nasce nel 1986 a Foligno, dove attualmente vive e lavora. Fin da ragazzo dimostra estro creativo e ottime abilità manuali che affina nelle botteghe dei nonni artigiani. Apprende il mestiere dello scultore non soltanto dai mentori incontrati sul proprio percorso, ma anche dalle molte letture che, insieme a una curiosità̀ innata, conferiscono alla sua arte un’influenza nettamente contemporanea. Scultore, ceramista, formatore e ritoccatore di cere, nel 2013 si trasferisce a Milano dove affianca i maestri delle arti bronzee della fonderia Artistica Battaglia, presso la quale foggia nella cera, nel gesso e nel bronzo numerose opere di artisti internazionali. Tornato nel suo studio folignate, mette in pratica il bagaglio di conoscenze acquisite nel figurativo, approfondendo lo studio dell’arte, in particolare le avanguardie e i surrealisti, e il pensiero filosofico. Attraverso le sue ricerche, definisce la propria visione del ruolo dell’artista nel mondo odierno, frutto di una società profondamente nichilista. Da ciò derivano le tematiche sociali presenti nelle sue opere. Introduce l’idea di una figura statica a simboleggiare la mancanza di fermento culturale dell’era moderna. Nel 2017 realizza due monumenti in bronzo raffiguranti Jarno Saarinen, installati rispettivamente a Petrignano d’Assisi e a Turku in Finlandia.
Usa pochi strumenti, a volte soltanto la punta delle dita per dare forma a seducenti opere di una minuzia ipnotica, seguendo il ritmo di movimenti ripetuti. Un lento flusso creativo in grado di trasportare direttamente autrice e pubblico in una dimensione di sognante atemporalità. Maria Diletta Rondoni apprende le tecniche più antiche come il bucchero etrusco, la terra sigillata e la maiolica, a seguito di anni e anni di specializzazioni in arti ceramiche, sviluppando una maestria nella manipolazione dell’argilla che si somma a una grazia e raffinatezza che non si apprendono a scuola o in bottega, in lei sono insite. La fase creativa delle sue opere è una sorta di automatismo parzialmente vigile dove, grazie all’utilizzo di tecniche originarie e primitive come il colombino, prendono vita preziosi pezzi unici arricchiti con dettagli pittorici dalla tavolozza cromatica delicata e leggera, che rendono le sue ceramiche pigmentate vere e proprie pitture tridimensionali. Il punto di partenza è sempre il vaso come oggetto vuoto, contenitore contenuto nella quotidianità. Nella sua reinterpretazione il vaso si spoglia della veste funzionale per creare una sorta di erbario immaginario, composto da una varietà strabiliante di vegetali fantastici dai richiami all’esotico e all’affascinante mondo delle piante carnivore. La metamorfosi e la permutazione della natura sono fertile punto di riferimento dell’artista; si ispira ai suoi movimenti e cambiamenti prendendo spunto dalla sua forza e fragilità per dare voce, con richiami anatomici e corporei, alla sua potenza sensuale come origine della vita.
Maria Diletta Rondoni nasce a Foligno nel 1984. Dopo essersi diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Perugia nel 2012 la sua ricerca artistica ha esplorato le possibilità̀ offerte da diversi materiali, come la ceramica, la lavorazione dei metalli e il vetro. Il suo interesse si è concentrato sull’argilla, frequentando corsi nella città tradizionale della ceramica, Deruta, dove ha appreso tecniche antiche come il bucchero etrusco, la terra sigillata e la maiolica. Nel 2017 ha studiato le tecniche della porcellana presso il FACC-Faenza Art Ceramic Center, Faenza, Italia; nel 2016 ha aperto il suo studio di ceramica dove ha sviluppato la sua pratica ceramica. Negli ultimi anni ha viaggiato in Europa, Sri Lanka e Australia. Questi viaggi hanno ispirato le sue opere e la sua visione estetica. Nell’estate del 2021 e del 2022 è stata in residenza al Guldagergaard –International Ceramic Research Center, in Danimarca, per tre mesi di residenza. Tra le mostre collettive più importanti: Collect Art Fair, con Cynthia Corbett Gallery, Somerset House, Londra 2023, Young Masters Art Prize autumn exhibition, Gainsborough Hotel, Londra 2022, Claytopiasummer exhibition at Guldagergaard international Ceramic Center, Skealskor 2022, Flora Danica, Apple House-Guldagergaard International Ceramic Research Center, Skælskør, Danimarca, 2021; Matres, Festival Internazionale della Ceramica al Femminile, Museo della Ceramica di Deruta, Perugia, 2019; XI Mostra Internazionale per Artisti in Ceramica, Terzo Premio, Museo Muda, Albissola Marina, Savona, 2018; No Place Space 4, Spazio Ex Ceramiche Vaccari, Santo Stefano di Magra, Sarzana, 2018; Evolving, Galleria ArtEspressione, Milano, 2014.
Il tema dell’isolamento come costruzione di sé nella ricerca di verità sublimi, proteggendosi da effimere distrazioni per intensificare e dare sfogo alle facoltà della mente. Pietro Battoni segue pedissequamente la regola ora et labora, laicamente intesacome unione di vita spirituale e terrena, praticando i periodi di ritiro dalle asprezze della vita in società che caratterizzano l’uomo di studio, condizione già conosciuta e esaltata dagli antichi. Il processo creativo e l’opera stessa diventano lo “scarico a terra” attraverso cui l’energia, accumulata nelle attività di ricerca, studio, meditazione e silenzio, trova la necessaria via di espressione evitando nocivi sovraccarichi. Nel suo studio, saturo degli odori tipici di solventi e vernici, si conserva una foresta di pannelli e tele di dimensioni quasi monumentali, impilati l’uno sull’altro come risultato di tormentate e stravolgenti sperimentazioni pittoriche. Battoni lascia agire con sorvegliata disinvoltura gli spiriti interiori che lo animano, generando stratificazioni materiche che nell’insieme della loro drammaticità cromatica mescolano materiali plastici, olii e resine. Composizioni astratte in cui nulla è, ma tutto sembra, con richiami alla letteratura, alla psicoanalisi, alla mitologia classica che abbracciano la storia dell’arte dalle pitture rupestri a Giotto e Cimabue, da Tintoretto e Tiziano all’importante influenza del simbolismo di Redon e Moreau, da Rothko e Burri a Bacon e Schnabel. Non vi è citazione alcuna, solo assimilazione, travagliata metabolizzazione e restituzione. Suolo è un’opera realizzata appositamente per l’occasione. Partendo da una base fotografica autoprodotta, Battoni si concentra sulle macchie naturali formatesi sulla pavimentazione antistante l’ingresso del suo studio, che hanno ispirato l’artista a considerare l’influenza dell’uomo sull’ambiente naturale. Nell’opera, allo scorcio di un simbolico cielo azzurro, si contrappone una desolante distesa di stratificazioni bituminose che ricoprono, soffocandola, una sensazione di paesaggio sottostante. Un impetuoso ed efficace simbolismo didascalico riferito alla stratificazione degli interventi umani che, lontani da una reale sintonia con la natura, si accumulano incombendo su di essa con una patina di oscura plasticità. Ai lati, due lavori precedenti conferiscono all’ambiente il raccoglimento e l’immersione nella sacralità di quella che potrebbe essere una cappella consacrata alla sua “personale religione onnicomprensiva”.
Pietro Battoni nasce a Foligno nel 1954. Dopo studi classici si laurea in architettura
a Firenze, effettuando successivamente un periodo di stage formativo presso lo studio di Gaetano Pesce a Venezia dal 1979 al 1981. Nel 1982 ha inizio la sua attività̀ professionale di urbanista, architetto, conferenziere, divulgatore e autore di numerose pubblicazioni. La ricerca nelle arti plastiche ha costantemente accompagnato le fasi della sua vita, dagli studi classici a quelli di architettura, si è mescolata alla stessa professione alla cui pratica è andata sovrapponendosi con crescente intensità̀ e convinzione, fino a costituire attualmente la sua principale attività. La formazione artistica è quella di totale autodidatta, mai rinnegata stante la inestinguibile sete di interessi, esperienze, conoscenze, unite alla necessità di una libera sperimentazione. Dopo l’invito a partecipare alla Ricognizione del 2014 presso il CIAC (Centro di Arte Contemporanea) di Foligno, incentrata sui principali artisti operanti in Umbria, è presente in numerose mostre collettive dentro e fuori dal territorio umbro, organizzate da enti pubblici e privati. È autore del monumento in memoria di San Francesco presente in Piazza della Repubblica a Foligno (PG).
Ripari è una serie di 4 tele di Paolo Romani, artista spoletino che si divide fra la produzione artistica e la professione di tecnico teatrale. Il polittico, appartenente a un progetto più ampio dal titolo Un vestito incandescente, fa parte di un insieme organico di lavori pittorici, sculture e installazioni, in cui Romani tenta di rievocare alcuni ricordi di infanzia e adolescenza – tra i sei e dici anni – ispirandosi al paesaggio, al potere evocativo della natura e dell’ambiente naturale, nel tentativo di dare corpo alle immagini della memoria per “afferrare il ricordo prima che il tempo cancelli ogni singola traccia”. Con l’unione fra pittura, il suo mezzo espressivo prediletto, alcune espressioni scultoree epoesia, Romani dà vita a un viaggio introspettivo ispirato alla figura del sognatore, molto cara alla letteratura, che si muove al buio e nella penombra della coscienza, tra realtà e immaginazione. Il sognatore “si nutre di belle cose”, gli basta una piccola suggestione quotidiana per mettere in moto la sua fantasia, dando il via a un’esperienza estetica in grado di trasportare artista e spettatore in un mondo parallelo a quello esistente, esercitando “a vuoto” l’esperienza empirica senza bisogno di un oggetto reale, ma di un ricordo, di un’emozione. Nel sentirsi addosso questo struggente brivido dello stare al mondo, questo bambino immaginario, “ … gioca con ripari di fortuna, piega e lega rami, fra loro. Ne fa custodia per sé, per un amico assente e per una madre che non riuscirà ad entrare. Il padre lo richiama fuori. Ci si sta stretti o larghi: al riparlo dal sole, ciò che ci deve entrare forse è solo un altro bastone, un oggetto rotto, ma prezioso…. un colore incandescente. È il luogo adatto per assorbire ciò che suscita agli occhi questo tramonto, forse non tratterremo tutto ciò di cui ci vorremmo nutrire, forse ci metterà perfino paura. E noi che vorremmo essere belli e invincibili, getteremo la pancia a terra continuando a tenere sempre gli occhi accesi” (Paolo Romani).
Paolo Romani nasce a Spoleto nel 1984. Si laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia, nel 2009, sotto la guida del professor Sauro Cardinali. Numerose le partecipazioni a concorsi e progetti espositivi, tra i quali si ricordano: nel 2005: Punti dalle api: esemplarità, esposizione, alterazione, presso gli spazzi espositivi C.E.R.P. di Perugia. “Camera con vista”, mostra d’arte contemporanea, Sala di lettura, Circolo ricreativo, Trevi Pg. Nel 2006: Del Fare e del Vedere, mostra collettiva presso gli spazzi espositivi C.E.R.P. Nel 2007: In Itinere, presso gli spazi espositivi C.E.R.P. di Perugia; Confronto fra Accademie di Belle Arti, 5° Premio Internazionale Biennale d’Incisione, Monsummano Terme (PT). Fleurs opere d’amore: Museo Civico di Cascia, Spoleto. Premio Felice Casorati 2008, VI Biennale Internazionale di Pittura, Pavarolo, TO. Nel 2009: Ex vuoto, mostra di ceramica presso la Chiesa di San Pietro, Deruta, PG; DinaMiti & OrchiDee, Residenza d’Epoca Eremo delle Grazie, Monteluco di Spoleto, PG. Nel 2010: Concorso Premio Artemisia 2010, rassegna nazionale di pittura figurativa nazionale, Ancona. Nel 2011: LuciSorgenti, Museo Civico, Cascia. Biennale di Chianciano: Chianciano Terme (SI). Immagini e parole, Mostra d’arte contemporanea, spazio di lettura Trevi. Nel 2012: Marsciano Arte Giovani, Marciano, PG. Nel 2013: “Il corpo_ in permanente/ paesaggio”, mostra d’arte contemporanea, progetto Studio A 87, Comune di Cascia, PG. Andarsene sognando 2013, Auditorium S. Caterina,Foligno, PG. Nel 2014: “è sottoterra che nascono fiori”, Mostra & Incontri d’arte contemporanea, Ex Mattatoio, Trevi, PG. EVOLVING, Evoluzione di percorsi accademici in un gemellaggio tra Italia e Corea del Sud, Galleria Artespressione, Milano; 2023, L’Ostensione del Sintomo, Ex Essiccatoio, Castiglione della Valle, PG.
Marco Buzzini, è un artista multidisciplinare biturgense che si alterna fra pittura, fotografia e musica. “Il lavoro artistico”, sostiene, “è un procedimento che include mente, corpo e materiale in un dialogo che spesso è contrasto prima che comunione, equilibrismo più che equilibrio. Lo scopo non è il risultato ma il procedimento in sé. Il lavoro non è dato dalla volontà dell’autore bensì dalla resistenza che tutte le parti in causa oppongono a questa volontà, portando il risultato ad essere qualcosa d’altro rispetto a ciò che ogni parte pretende da esso”. Nell’opera presentata “senza titolo”, Buzzini riflette sul concetto di sacralità atea; un’immagine in movimento è proiettata su una struttura installativa composta da tre pannelli in vetro e metallo di recupero, in essa appare il mezzo busto di un uomo intento a osservare le proprie mani. Esse, in primo piano rispetto a lui, sono protagoniste del suo operato, simboleggiano la capacità e la possibilità del fare, quel libero arbitrio che determina la posizione che poi l’uomo occuperà nel mondo. Il lavoro riprende alcuni principi formali dell’arte sacra, come la verticalità e la composizione della pala d’altare, il cui soggetto rappresentato è l’essere umano stesso di cui è però visibile la sola parte superiore, lasciando intendere, di quella parte negata, una sorta di interramento. Questo fa pensare alla figura di un dio pagano, Pan, che nella mitologia greca è il dio delle selve e della Natura, con zampe caprine piantate sulla terra e le corna tese verso il cielo, a innalzare la mente al di sopra dell’uomo. Artefice del proprio destino, l’uomo rappresentato da Buzzini guarda le sue stesse mani riflettendo su ciò che hanno fatto e ciò che potranno fare, con un riferimento alla natura di cui lo stesso Pan simboleggia il duplice aspetto, bonario e generoso ma anche oscuro e irritabile, capace di scatenare il “panico” e trascinare nell’abisso chiunque osi disturbarlo o oltraggiarlo.
Marco Buzzini nasce nel 1981 a Sansepolcro, Arezzo. Artisticamente attivo su diversi media, pittura, fotografia, musica, considera l’immagine in movimento il suo tema predominante attraverso installazioni, cortometraggi e videoclip musicali, realizzati individualmente o in collettivo (ebefreniaPRD, Low Party Video). Tra le numerose partecipazioni a mostre in spazi pubblici e privati e varie proiezioni si ricordano: Sister Cities Light Festival (Tubingen, Germania, 2022); Art Monsters(Perugia, Palazzo della Penna, 2017/2018; CERP, 2016), TU 35 (Centro Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato, 2015), A seminar la buona Pianta. Come le arti raccontano le piante (Palazzo di Brera, Milano, 2015), Idrophilia(Casermarchelogica, Sansepolcro, 2015), Premiere (CERP, Perugia, 2014), Art Quartet-Quartetto d’Arti (Casermarcheologica, Sansepolcro, 2013), Teoria del Caos(Sala degli Ammassi, Citerna, 2013), Dall’Alto e Dal Basso (Palazzo Chianini Vincenzi, Arezzo, 2012).