ISOLA PROSSIMA
ARTISTI VARI

1 luglio - 10 settembre 2022
ARTISTI VARI

ISOLA PROSSIMA

a cura di Matteo Pacini

ISOLA POLVESE – Castiglione del Lago

1 luglio – 10 settembre 2022

ISOLA PROSSIMA è un progetto artistico e culturale a tematica ambientale, che ha luogo sull’Isola Polvese del Lago Trasimeno, in Umbria. Promosso da ARPA Umbria e organizzato in collaborazione con l’Associazione ART MONSTERS, vede la luce nel 2021 con l’organizzazione di una mostra d’arte nelle sale dell’Ex Monastero di San Secondo, presente sull’Isola.

La nostra società ha ribadito in modo peculiare quanto già conosciuto da secoli: nessun essere umano è isola ma vive e trova pieno sviluppo nel contesto relazionale condiviso. L’esperienza vissuta da noi tutti durante questa pandemia ha palesato quanto la realtà individuale di ciascuno sia interconnessa ai destini degli altri, quanto la rete sociale sia fondamentale per affrontare le sfide che ci si pongono davanti. Sfide che oggi sono primariamente quella del rapporto con l’ambiente naturale e quella di riuscire ad immaginare il mondo a venire. Concetti a loro volta fortemente intrecciati: qualsiasi progetto sul futuro dell’umanità deve tener conto del rapporto con l’ambiente, mettendo in discussione il nostro modo di stare nel mondo. Pensare il futuro significa avere una visione del mondo a venire, perché tutto il nostro agire assume le forme che siamo capaci di immaginare.

Scultura, installazioni, pittura e video e andranno a comporre una geografia immaginativa in cui le opere, con il potere estetico ed estatico che solo l’arte possiede, saranno parti essenziali di un “viaggio esperenziale” sull’isola, svelando e celando, sorprendendo e confondendo, presentando in forme nuove “ciò che sembra noto” e usando forme note per far emergere “l’invisibile”.

 

Mímēsis Naturae

testo di Matteo Pacini

Oltre al significato letterale di “rappresentazione realistica e impersonale di una realtà ambientale, sociale o culturale”, al termine mímēsis corrisponde un antico concettointrodotto dai greci di “imitazione della natura” che, secondo la cultura estetica classica, sta alla base della creazione artistica. In sede filosofica Platone svalutava l’arte mimeticapoiché la somiglianza delle cose empiriche all’idea pone il bello in relazione con il vero e,imitando le cose, che sono a loro volta copia delle idee, dal vero ci si allontana tre volte.Sarà Aristotele a nobilitare il concetto di mimesi nell’arte perché “imitazione della forma ideale della realtà” in cui l’artista, nel suo operare, è simile alla natura stessa.

“Arte” diventa quindi sinonimo di “perizia”, di “saper fare”, di “saper operare” e l’opera contiene valori tali che, pur essendo una copia materiale, incarna lo spirito dell’artista che diviene egli stesso strumento di conoscenza, capace di imitare le cose su diversi livelli: per come sono, come sembra che siano o devono essere.

Il rapporto di analogia tra la realtà e la sua rappresentazione passa, quindi, attraverso il momento della creazione, esperienza totale e autonoma, unica nel suo genere, che ha visto attribuire all’artista una funzione demiurgica come “artefice” di un nuovo Universo.Nato nella natura l’uomo ha, nel tempo, radicalmente modificato il suo rapporto con essa passando dal timore reverenziale degli antichi verso quell’entità che ritenevano divina e intelligente a un atteggiamento di sempre più presupponente antropocentrismo, con il conseguente restringimento degli spazi “naturali” a fronte dell’avanzamento scriteriato della specie umana. Si è sviluppato nell’uomo un senso di onnipotenza tale da fargli avere l’errata sensazione di dominio degli elementi naturali arrivando a compromettere l’ecosistema a cui apparatine e generando un profondo malessere sociale a causa della devastazione ambientale.

L’arte, che accompagna per mano l’uomo sin dagli albori della civiltà, ha sempre assolto ilsuo ruolo di monito e denuncia per la sensibilizzazione sulle tematiche più sentite e urgenti nelle diverse epoche. Il rapporto con l’ambiente naturale nella prospettiva del futuro che ci attende è ormai un tema imprescindibile per la società contemporanea e la rilevanza assunta dalla tematica ambientale spinge verso l’impellente necessità di cambiamento dei comportamenti umani verso un’idea di natura come “ecosistema complesso” di cui l’umano, come parte integrante, deve essere cosciente e responsabile.

Nell’ottica di quello che si delinea come un progetto a lungo termine di valorizzazione e rivitalizzazione del territorio attraverso la cultura, “Isola Prossima” mette a confrontano generazioni diverse di artisti chiamati a misurarsi con il fragile e complesso ecosistema polvesano, apparentemente sospeso nel tempo ma che risente e patisce pesantemente le drammaticità di un durevole e cronico stato emergenziale che riguarda, da troppo tempo ormai, tutto il pianeta.  

Nell’applicare, ognuno a suo modo, il proprio filtro d’interpretazione della realtà, gli artisti coinvolti si immergeranno nella natura partecipando ai suoi fenomeni, mimetizzandosi nell’ambiente di un isola che è “prossima” perché lì, a un passo di distanza, ma proiettata nel futuro perché luogo in cui ripensare finalmente il rapporto uomo/natura, non più come relazione fra entità separate ma come un unico processo.

Dodici visioni contemporanee in dialogo fra loro e l’ambiente ospitante; un comune approccio di osservazione e ascolto degli stimoli suggeriti dall’isola, percependone le vibrazioni e le fragilità alla ricerca della simbiosi, immedesimandosi nella natura, divenendo essi stessi “isola”, ambientando una serie di installazioni lungo un percorso destinato ad ampliarsi nel tempo e aspirando al compimento del principio aristotelicosecondo il quale, nel suo operare, l’artista è “simile alla natura stessa”.

 

ANTONIO MASSARUTTO

Passa con disinvoltura dall’utilizzo dei materiali più ostici e grezzi a quelli più duttili e preziosi, dalle grandi dimensioni delle sue sculture totemiche alle minuziose creazioni del suo laboratorio orafo. Quello di Antonio Massarutto è un mondo surreale dai grandi contrasti, popolato da creature che prendono forma dall’assemblaggio di materiali organici e essenze vegetali, metalli preziosi e pietre, ma anche plastiche, teli da cantiere e altri scarti di recupero come filo di ferro, reti metalliche e vecchi tessuti d’arredo. La sua ossessione è il mondo animale che ha imparato a conoscere da bambino nel laboratoriodel padre tassidermista, apprendendo l’anatomia, i volumi corporei e imparando la mimesi del movimento. “Sgomberando gli scaffali della mente” Massarutto ha trovato da tempo la sua dimensione nelle campagne tra Umbria e Toscana, a Cortona, in un ambiente più in linea con la ricerca di quell’”andar lento” che lo attrae verso le doti terapeutiche del cammino per risolvere conflitti, tensioni, disorientamenti. Sviluppa riflessioni sul rapporto fra uomo, natura e spiritualità: “Nel cammino mi fermavo a osservare rami a terra nei quali scorgevo muscoli, articolazioni, dinamismi degli animali che vivono queste terre” sostiene,e la padronanza dell’anatomia animale fa sì che le sue creature paiano cosa viva, in un repertorio di fantaspecie di straordinaria ricchezza dalla valenza simbolica, quasi magica, agevolata dalla dote della sintesi e da un gesto espressivo veloce e sapiente. Dà vita a  bestiari contemporanei in dialogo con lo spirito dei luoghi che lo ispirano, presenze che si dissolvono nella natura a seconda dei suoi ritmi e degli agenti atmosferici. Sull’isola Polvese, Massarutto realizza un’opera destinata a rimanere più a lungo nel tempo. L’installazione site specific, che prende posto ai piedi del Castello, raffigura un rinoceronteed è realizzato grazie alla materia vegetale che l’isola ha “donato” alla creatività dell’artista. La struttura di legno e rami caduti spontaneamente, impostata sin dalle prime fasi costruttive all’insegna della solidità, sarà manutenuta saltuariamente con interventi sporadici, saranno poi tempo e natura a deciderne il destino. I corvi di lamiera rossa, appostati sui merli del Castello, sembrano assolvere la loro funzione di sorvegliantidell’isola e le presenze all’interno del monastero, realizzate in materiali vari tra il vegetale e il plastico, sfilano in una sorta di cammino in branco, come a rispondere a chissà quale richiamo.

Antonio Massarutto nasce a Pordenone nel 1973. Frequenta l’istituto Statale d’Arte Cordenons per poi concludere la formazione presso l’Accademia di Arti Applicate a Milano. Cresciuto nella campagna friulana, fin da piccolo osserva il padre, tassidermista (impagliatore di animali) e lo aiuta in laboratorio. Nel 2001 si trasferisce in Toscana, dove lavora come designer per alcune aziende italiane e straniere per poi decidere di aprire a Cortona, qualche anno dopo, il proprio atelier orafo. Oltre ad operare nel centro Italia(personali si sono tenute presso l’Atelier Fabrizio Milesi di Gubbio, Palazzo Ferretti e Fortezza del Girfalco di Cortona; lungo i percorsi della Francigena; presso la Rocca di Umbertide), ha esposto in occasione di eventi e Festival (il Salone del Mobile di Milano; Salone del Mobile di Milano; Pitti Uomo a Firenze; la Art City White Night – Arte Fiera di Bologna; Festival del Verde e del Paesaggio di Roma). Ha presentato il suo lavoro presso la Galerie Isabelle Lesmeister a Ratisbona in Germania.

 

ELENA REDAELLI (con FRANCESCO BERTELÈ)

Scultura tessile, arte ambientale e social practices sono gli ambiti in cui Elena Redaelli concentra dal 2010 la sua ricerca. Nella sua evoluzione artistica rimane costante la necessità di misurarsi con le diverse culture, indagando i materiali e gli ambienti attraverso le interazioni fra essi e i differenti linguaggi espressivi. Innesca processi di trasformazione della materia applicando l’esperienza accumulata in anni di pratica, agevolando le possibili interazioni fra pubblico e opere per condividere idee e competenze, in particolare sul vasto mondo delle fibre e dell’arte tessile che l’ha portata a esperienze professionali tra Europa, Asia, USA e Africa. La contemplazione della natura è alla base della sua poetica e, nelle installazioni immersive che realizza anche in larga scala, tende a far confluire tecniche artistiche e artigianali alla ricerca del connubio fra tradizione e nuove tecnologie sempre instretto rapporto con il luogo e con la comunità in cui opera.

Gutta Cavat Lapidem è un’installazione site-specific che lega formalmente due lavori ispirati al tema dell’acqua. L’installazione (di cui parte prende posto all’interno del monastero degli Olivetani) restituisce l’idea di una cascata: un insieme di tessuti di recupero, assemblati e intrecciati in un grande arazzo, generano memorie visive d’acqua che, attraverso i segni che il tempo ha inciso nella parete rocciosa che le fa da sostegno, sembrano riversarsi all’interno della piscina Porcinai. Antica cava di arenaria dismessa etrasformata in giardino delle piante acquatiche dal noto paesaggista Pietro Porcinai, la piscina rappresenta uno dei primi interventi di recupero paesaggistico italiani risalente allafine degli anni Cinquanta. Su commissione del Conte Giannino Citterio, proprietario dell’isola, la piscina è interamente scavata nella roccia e alimentata dalle acque del Lago Trasimeno con una profondità massima di 5,30 metri. Intorno al grande invaso centrale furono scavati i “ninfei”, vasche poco profonde poste a differenti altezze e incomunicazione fra loro dove trovano il loro habitat diverse specie di piante acquatiche, autoctone e alloctone, grazie alle quali, nella sua artificialità, questo luogo si mimetizza perfettamente nell’ambiente naturale circostante.

All’interno del monastero degli Olivetani, Elena Redaelli e Francesco Bertelè immaginano i metodi evolutivi di creature post umane – gli Psicaedi – per sfuggire e sopravvivere alla supremazia delle macchine. Ispirato ai metodi di costruzione del calabrone asiatico, che negli alveari attua specifici modelli bionici di sviluppo strutturale dello spazio, il grande bozzolo esposto funge da custodia di gestazione e rigenerazione celebrale per questecreature immaginarie. Accessibile e a misura d’uomo, il contenitore è realizzato con carta riciclata artigianale autoprodotta e materiali ambientali quali terra locale, polvere, piccole piante. Completano l’installazione, una teca contenente un vero alveare di calabrone asiatico e una pagina Wikipedia (rigorosamente fake) come strumento pop di attestazionepseudo scientifica degli Psicaedi come specie.

Elena Redaelli (Erba 1981), dopo la laurea all’Accademia di Roma consegue un Master in Belle Arti presso l’UCA di Londra, e matura la sua attività in ambiti internazionali. Dal 2010 ha intrapreso una ricerca incessante viaggiando, sperimentando e collaborando con realtàtra Europa, Asia, Stati Uniti, Africa. Ha esposto in Norvegia, Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Corea, Australia, Cina, Taiwan, Russia. All’inizio del 2020, fonda con l’artista Olandese Karin Van der Molhen il collettivo Z.A.C; è membro attivo di movimenti artistici ambientali internazionali.

Francesco Bertelè è un artista visivo che traccia il suo percorso di ricerca tra esplorazione ed esperienza. Crea installazioni ambientali e interagenti, capaci di restituire un vissuto complesso, spazia dalle tecniche classiche alle più recenti tecnologie digitali, fonde teoria e sperimentazione pratica nello studio continuo del rapporto tra uomo e natura. Attraverso un progressivo tentativo di parcellizzazione della forma, testa narrazioni transmediali con l’intento di analizzare gli effetti del virtuale, l‘epistème digitale, sulla definizione dell’immaginario collettivo e le influenze dello stesso sulla nostra percezione della realtà (cognitiva, emotiva e biologica). Indaga i processi politici e sociali più urgenti, restituendoli in forma di opere poetiche visionarie, frutto della sintesi tra dati collettivi ed esercizio personale. Lavora in sinergia con un network di professionisti, adottando una metodologia mutuale, che si avvale dell’intelligenza collettiva. Dal 1999 ha creato, fondato e diretto diversi progetti in Italia e all’estero.

 

FRANCO PASSALACQUA

Lavora da circa trent’anni su temi legati alla natura, alla sua valorizzazione e difesa. Sin da bambino asseconda la vocazione per la pittura esercitandosi nell’osservazione del paesaggio, ritraendo le campagne umbre e scoprendo una naturale predisposizione alla resa del dettaglio e alla modellazione delle forme attraverso la luce. Ama gli ulivi in particolare, immagina sterminate viste aeree “a volo d’uccello” di filari, campi alberati obrulli, ma la contemplazione della natura volta alla mimesi si evolve presto in una necessità di comprensione ulteriore della realtà, verso la ricerca di una strada (im)possibile per sublimare tanta perfezione. Comincia allora la scomposizione delpaesaggio e l’analisi di tutte le sue componenti che l’artista si diverte a riorganizzare innuove forme, conferendogli una “profonda bidimensionalità”. Utilizza la quasi maniacaleripetizione della folta vegetazione come texture fatta di minutissimi segni, in cui lafigurazione si evolve approdando al concettuale in un’astrazione libera, che non obbediscealle consuete imposizioni di totale abbandono della forma. Risponde al richiamo della geometrizzazione che caratterizza l’astratto ma a modo suo, non nella figura ma nei supporti bi e tridimensionali che la sua infinita vegetazione riveste come modulo ossessivamente ripetuto. I suoi boschi abitano forme che vanno dai quadrilateri delle teleai solidi dei cunei o dei totem, presenze a tutto tondo che assumono un valore simbolico, quasi sacrale. Nella maggior parte dei casi le sue sculture sono pensate per mescolarsi alla natura stessa, realizzate quindi in lamiera o alluminio e rivestite con diverse mani di vernice da carrozzeria per resistere agli agenti atmosferici, una sorta di natura nuova che prescinde dalle sue forme consuete. Un corto circuito tra astratto a figurazione che caratterizza il suo lavoro imponendo sempre un senso di lettura dell’opera che non consente capovolgimenti, un “dritto e rovescio”, opinabile in qualsiasi opera astratta maimprescindibile nelle opere di Passalacqua che sono astratte pur non pretendendo di esserlo...

Franco Passalacqua nasce nel 1950 a Terni, vive e lavora a Perugia. Ha esposto in numerosi contesti pubblici e privati in Italia all’estero. Tra questi si ricordano: The Carpenter’s Workshop (Londra), Palazzo della Penna (Perugia), Palazzo Lucarini (Trevi), Galerie Alain Le Gaillard (Parigi), Museo Caos (Terni), Studio La Città (Verona), Fondazione Cini (Venezia), Galleria Lipanje Puntin (Trieste), Galleria Maniero (Roma), Museo dell’Olio e dell’Olivo (Torgiano), Complesso museale  di San Francesco (Trevi), Galleria Ronchini (Terni), Flash Art Museum (Trevi), Palazzo D’Accursio (Bologna), Museo Laboratorio (Città Sant’Angelo-Pe), GC2 Contemporary (Terni),  Di Paolo Arte (Bologna), Art Basel, Art Miami Beach, Arte Fiera Bologna, Miart (Milano), Art Verona (Verona), Centro Espositivo Rocca di Umbertide.

 

GIULIA FILIPPI

Giulia Filippi è un’artista visiva e ricercatrice nel campo dell’educazione la cui indagine si concentra principalmente sul rapporto tra uomo e natura attraverso la conoscenza della materia e la sua manipolazione. Studio e approfondimento scientifico sono alla base del suo approccio e le relazioni materiche con le quali la Filippi si misura, nell’incessantericerca di equilibrio fra “atto di creazione e atto di natura”, la conducono verso la sperimentazione e l’innesco di processi naturali in cui “l’opera scaturisce da una materia,spesso fragile, che è viva sostanza e lo dimostra attraverso reazioni e relazioni; una coincidenza messa in scena, che accoglie in sé invenzione e catastrofe”, come lei stessa sostiene.

Sfondare il tempo nel prato è un’installazione site-specific che consiste nell’ambientazione, all’interno di uno degli spazi del monastero degli Olivetani, di unpiccolo giardino composto di piante spontanee dell’isola, corredato da un apparato bibliografico di cui l’artista ha selezionato singole parti per costruire il racconto della sua “isola nell’isola”. Dopo un’accurata perlustrazione del territorio, l’artista individua zone di margine dalle quali prelevare flora spontanea per poi trasferirla in una vasca artigianale esottoporla a una cattività di due mesi all’interno dello spazio espositivo. I luoghi di provenienza delle singole specie prelevate sono registrati in una sorta di mappa immaginaria dove, a delineare la forma dell’isola non è il perimetro costiero, bensì la sequenza dei punti di prelievo ricamati a mano su un telo di cotone bianco che si erige a mo’ di bandiera sull’installazione. L’ambiente umano si appresta quindi a ospitare un metro quadrato di ambiente naturale, monitorato e regolarmente alimentato da un rudimentale impianto d’irrigazione costituito da una tanica e un semplice contagocce, programmato per rilasciare nel giardino una quantità d’acqua stabilita dall’artista, corrispondente alleprecipitazioni rilevate nello stesso bimestre del suo anno di nascita, il 1982. Così la Filippi ridefinisce una parte del paesaggio nel tempo a venire in una narrazione vegetale “ramificata” che, al termine del periodo espositivo, sarà restituita all’isola a seguito della bonaria manipolazione subita.

Giulia Filippi nasce a Vicenza nel 1982. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in Arti
visive presso L’Accademia di Belle Arti di Venezia e Lahti (FIN), frequenta il master
“Futuro vegetale, piante, innovazione sociale, progetto” presso l’Università degli Studi di
Firenze. Dal 2006 lavora con diverse istituzioni per espandere i programmi educativi
usando le pratiche artistiche per creare connessioni tra i saperi attraverso l’esperienza.
Tra queste: Peggy Guggenheim Collection, Viaindustriae, La Galleria Nazionale, La
Biennale di Venezia, ICA Boston, OVS e WWF Italia, Fondazione Marino Golinelli, Studio Orta, Raumars, Felcos Umbria, Istituto Europeo Design, Cooperativa Densa, Palazzo Lucarini e molte scuole di ogni ordine e grado. Nel 2012, con Leonardo Bastianelli, ha dato vita al collettivo Cinquepiùdue che indaga le relazioni tra arte, artigianato e design. Dal 2001 la sua ricerca artistica è stata esposta in molte occasioni, in contesti indipendenti e istituzionali, tra cui: La Galleria Nazionale (Roma), Peggy Guggenheim Collection
(Venezia), Palazzo Te (Mantova), Palazzo della Penna (Perugia), Accademia del disegno
(Firenze), Colli independent (Roma), Galleria A+A (Venezia), Parco per l’Arte in Cancelli (
Foligno, PG), Bevilacqua la Masa (Venezia), Palazzo Lucarini (Trevi, PG), Palazzo
Collicola (Spoleto, PG), Palazzo Orti Manara (Verona), Rauma Art Museum (Rauma, FIN),
Bjcem (Salonicco, GR), Bivy Gallery (Anchorage, AK).
I lavori sono raccolti in diverse pubblicazioni e sono inseriti in collezioni private e pubbliche
tra cui il fondo Giorgio Maffei della GAM di Torino.

 

MATTEO MEZZADRI

Il viaggio, l’attraversamento fisico e mentale dello spazio, le dinamiche umane sono i temi che spingono Matteo Mezzadri verso un’indagine sulla poetica dei luoghi, sui legami e la socialità, su quei conflitti tra individuale e comunitario alla continua ricerca dellacomplessa ma possibile convivenza fra opposti. Una poetica, la sua, da sempre incentrata sul concetto di “architettura dei legami”,
con una particolare attenzione alle tematiche ambientali, alle metropoli contemporanee e alle complesse dinamiche relazionali
che le caratterizzano. Fotografo professionista, si apre ben presto alla video arte e a tutta una serie di linguaggi espressivi complementari di cui si avvale per le sue installazioni multidisciplinari, percorsi visivi che restituiscono tutta la complessità e l’ambiguità del mondo contemporaneo. Isola è un progetto fotografico site specific che rappresenta una totale sovversione del punto di vista con cui si guarda alla fragilità di un ecosistema a rischio come quello dell’Isola Polvese e del Lago Trasimeno che, secondo studi recenti, è destinato a prosciugarsi entro la fine del secolo. Nel circumnavigare l’isola, fotografandone l’intero perimetro costiero dal lago, Mezzadri documenta e registra ogni singolo metro lineare di un paesaggio unico nel suo genere in una sorta di monumentum alla natura del luogo. Unendo la totalità degli scatti in un’unica panoramica circolare, l’opera si presenta come un oggetto di forma ellittica sospeso nello spazio espositivo il cui perimetro non è visibile esternamente, ma solo dall’interno dell’ellissi che, priva di ingressi, è accessibile soltanto attraverso un leggero inchino, una sorta di gesto di umiltà che ricorda quello richiesto ai fedeli all’ingresso della Basilica della Natività a Betlemme, all’interno della quale si accede solo tramite un portale di appena 150 cm di altezza. Entrati nell’opera si apre un mondo; al buio dell’ambiente esterno si contrappone la luminosità e l’alta definizione dell’immagine delle coste di un’isola che, da oggetto privo di contesto diviene contesto che avvolge l’osservatore, in una dimensione fotografica surreale e disorientante in cui il punto di vista si inverte e l’uomo diviene Isola, immedesimandosi nella natura che lo circonda e lo avvolge come un grembo materno.

Vista lago è una video realizzato abbandonando una videocamera nelle torbide acque del lago, le cui continue immersioni ed emersioni danno vita a un insieme di immagini confuse e gorgoglii estranianti come a dar voce al lago stesso, mostrandone il punto di vista a metà fra l’ansiogeno e l’ipnotizzante. Con questo progetto, Mezzadri induce una riflessionesulla metrologia applicata ai fenomeni ambientali, che attraverso la misura costante dei dati,(idrometrico, precipitazioni, variazioni biochimiche) certificano l’avanzare del disastro.

Memorie dell’acqua è un’installazione composta da un’asta idrometrica artigianale (realizzata in collaborazione con Jessica De Simone) che registra i livelli del lago nelle diverse fasi di realizzazione del progetto, attestando i cali che il lago ha subito da maggio 2022, data del primo sopralluogo, ad oggi, certificando una delle più gravi crisi idrologiche mai registrate nella zona. Il rilevamento statistico diviene così parte dell’esposizione nel tentativo di dare valore e contenuto al freddo dato numerico, che, altrimenti, rischia di rimanere un aspetto tecnico/accademico lontano dal pubblico e dalle persone.

Matteo Mezzadri è nato a Parma il 23 settembre 1973, città dove vive e lavora. Ha esposto in numerose mostre personali e collettive in gallerie private e prestigiosi musei Italiani e stranieri, tra i più importanti si ricordano: 59° Biennale d’arte di Venezia (2022),  La Porta di Milano – Aeroporto di Malpensa (2022), 14° Biennale d’Arte di Curitiba – Brasile (2019), Centro Hispanoamericano, l’Havana, Cuba (2019), Museo Archeologico Nazionale di Venezia (2018), Plastic Cultural Park, Pechino (2016), ARCA – Museo Arte Contemporanea di Vercelli (2016), Casa del Mantegna, Mantova (2016), Domumenia | Kunsthalle Bratislava (2014), Somerset House, Londra, UK (2014), Centro per L’arte Contemporanea Luigi PECCI, Prato (2015), Musei Civici di Reggio Emilia (2014), CAMeC, Centro Arte Moderna e Contemporanea, La Spezia, 2013, Museo delle Scienze, Torino (2012), La Fabbrica del Vapore, Milano (2012), PAV (Padiglione Arte Vivente) Torino (2011), PAC (Padiglione Arte Contemporanea) Ferrara (2010).

 

KOSSUTH

L’interesse per la specie umana, la divina proporzione del corpo, il mito classico della bellezza e della gioia del mondo in comunione con la natura, sono le fonti di ispirazione di Wolfgang Alexander Kossuth, artista totale che ha dedicato tutta la vita all’arte e che ha sempre posto l’essere umano al centro delle sue composizioni. Nasce per la musica a Pfronten, in Germania, e dopo gli studi al Conservatorio di Düsseldorf arriva nel 1968 in Italia, a Napoli, città che amerà profondamente e dove conseguirà il diploma in Violino. Di lì a poco il trasferimento a Milano come vincitore del concorso internazionale al Teatro alla Scala, nella cui orchestra suonerà per quattro anni arrivando a esserne direttore nel 1975, non ancora trentenne, tra i più giovani di sempre. Quattro anni più tardi la decisione di lasciare la musica assecondando l’urgenza di conoscere nuove forme di espressione, poiché alla musica sentiva di non poter apportare altro. Segue lezioni all’Accademia di Brera concentrandosi principalmente sulla figura umana e sul ritratto attraverso studi anatomici e resa del movimento, aspirando a quell’armonia che prima era di accordi e suoni, ora di volumi corporei e proporzioni. Decide di dedicarsi totalmente alla sculturafacendo del figurativo la chiave di volta della sua poetica, dove l’esaltazione della bellezza classica si fonde a un surrealismo dato da equilibri formali che l’artista si diverte a stravolgere e sovvertire improvvisamente, rendendoli possibili pur non essendolo e destabilizzando lo spettatore. Uno stile, il suo, che “asseconda e nega il naturalismo al tempo stesso” in cui armonia e teatralità caricano le sue sculture di pathos; tensioni e torsioni, corpi che sfidano le leggi di gravità in un’esplosione di energia e vigore fatta di equilibri improbabili.

A sorvegliare i ruderi della chiesa di San Secondo, spiccano candide muse dai corpi scultorei e slanciati, a volte giunonici e monumentali, ispirati, nelle forme e nei movimenti, alle danzatrici che faceva posare nelle lunghe sedute di studio anatomico che non risparmiava neanche ad amici e familiari, fonte di grande ispirazione per lui. Cura fino all’esasperazione i dettagli; pelle, ossa, nervi e muscoli tesi all’inverosimile sono plasmati in una materia che è tanto realistica quanto concreta, per poi perdere sostanza e acquistare fluidità nel candore monocromo di un materiale, la resina, che meglio di qualsiasi altro si presta ai suoi virtuosismi.

Wolfgang Alexander Kossuth Nasce in Germania, a Pfronten, nel 1947. Pittore, scultore, violinista e direttore d’orchestra, dal 1970 al 1974 suona nell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano, orchestra della quale sarà direttore nel 1975. Quattro anni più tardi decide di dedicarsi esclusivamente alle arti figurative e in particolare alla scultura frequentando i corsi all’Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 1981 le sue opere sono esposte in Italia e all’estero. Alcune di esse sono conservate presso il Museo Teatrale alla Scala e in altri teatri come il Carlo Felice di Genova e il Piccolo Teatro Strehler di Milano, dove, nel giugno 2022, viene installato in forma permanente il ritratto in bronzo di Giorgio Strehler. Numerose le onorificenze e riconoscimenti in ambito nazionale e internazionale. Passa gli ultimi anni della sua vita tra le verdi colline umbre, a Città della Pieve. Muore precocemente il 30 dicembre 2009.